mi chiamo chestnut perchè sono un marone.
giovedì 3 maggio 2007
giovedì 26 aprile 2007
Preludio
Mi si chiama Chest, ed io so che il motivo reale vi sfugge.
Del resto il mio nome non è proprio Chest. Anzi: il prete che mi ha battezzato ha pronunciato una sequela di lettere che con la parola Chest non ha niente a che fare. Ho infatti un nome comune, biblico, che trova ragione, potremmo supporre, nella scarsa fantasia dei miei genitori, o nella loro pietas cattolica, o ancora in un parente mio omonimo, naturalmente passato a miglior vita prima che io finissi dentro a questa (di vita).
Qui, però, non siamo a dar conto di Micheli, Tommasi Giuseppi o Marchi.
In breve, nelle poche pagine che seguono, farò il mio meglio per raccontarvi la vera storia del nome Chest, che da molto mi accompagna.
Purtroppo, avrei aggiunto tempo fa. Oggi nemmeno ci faccio più caso.
Prima di tutto bisogna sgombrare il campo da un equivoco: molti credono che il soprannome Chest sia la contrazione di Chestnut, “castagna” in inglese, per capirci. Io stesso ho diffuso questa falsa voce, per dare al mio nome una genealogia poco accattivante, una spiegazione semplice per quanto imbarazzante. Per tagliar corto il più possibile.
In quanto a flatulenze non sono mai stato secondo a nessuno. Ho incominciato ad emettere peti al di là della mia volontà. Dopo un cappuccino e una pasta erano questi il preludio alla cagata mattutina, che matematicamente aveva luogo durante i dieci minuti che intercorrevano tra la prima e la seconda ora di lezione. Tutta la prima ora era perciò dedicata al gassoso intervallo tra cappuccino e merda.
Tuttavia ho sempre creduto che gli uomini di genio non abbiano fatto altro che permettere alla propria vocazione di emergere senza costrizioni, ed in temporanea mancanza di altro cominciai a coltivare quel talento che in me risiedeva nell’intestino. Con i miei compagni ebbi discreto successo, mentre non fui, come è ben prevedibile, osannato dalle ragazze, alle quali, peraltro, iniziavo ad ambire.
In mancanza di gentil sesso mi costruii una nicchia di gloria tra i nerds della terza liceo grazie alle evoluzioni sonore del mio ano.
Persi un poco di inibizione ad ogni guinnes battuto: numero di peti consecutivi, peto più lungo, più sonoro, più melodico e più ardito. Quest’ultimo, per la verità, riguarda un guinnes personale e ufficioso: scoreggiai in faccia alla prof di educazione fisica mentre lei mi incitava ad arrampicarmi sul quadro svedese. I maligni dissero che non avevo fatto apposta, ma avevo fatto apposta eccome, e ci misi l’anima.
In quarta liceo molti mi ricordano a scoreggiare strafottente a destra e a manca.
Come dicevo poc’anzi, le scoregge noi le chiamavamo “castagne”. A questo si aggiunga che tutti, almeno quando ero al liceo, si sentivano importanti a scrivere sui muri frasi in inglese. Se scrivevi “Elisa ti amo” sul muro eri un coglione, mentre se scrivevi “Ely I love you”, pieno di ipsilon, forse la suddetta interessata te la dava. E questo valeva anche col lessico in generale, parlato o scritto che fosse, e fu così che, uno dopo l’altro, tutti quei pirla dei miei compagni di classe cominciarono ad acclamarmi come “The king of chestnuts” ad ogni nuova puzzolente impresa coronata da successo. Poi iniziarono a chiamarmi semplicemente Chestnut. Dopo poco i più intimi cominciarono con l’ormai familiare Chest. Tutto qua.
Tutto falso.
So che molti di voi ci hanno creduto, come hanno creduto alla spiegazione di riserva, secondo cui mi chiamavano Chestnut, castagna, per la mia vaga somiglianza con quel conduttore televisivo…
È palesemente una balla: lui era baffuto, mentre io non ho mai avuto i baffi; aveva i capelli lunghi sotto un berretto di lana da marinaio, mentre io sono notoriamente nato pelatissimo e sono allergico agli ovini. Non vi basta? Castagna aveva gli occhi azzurri, io li ho marroni; era scuro di carnagione, io sono pallidino. Insomma: assomiglio di più a Berry White che a Castagna, quindi non ci dilunghiamo su questo argomento e andiamo al sodo.
Ciò che segue è il reale ed onesto resoconto dei fatti.
Uno